Qual è il futuro della religione nel mondo contemporaneo?
È possibile una religione che sappia non soltanto opporsi
alle principali conquiste del pensiero moderno, ma che ne sottolinei
il carattere democratico ed emancipativo? Queste sono alcune delle
domande che attraversano il piccolo volume Il futuro della
religione (cur. di S. Zabala), in cui Vattimo e Rorty si
interrogano sulla rilevanza della religione per il mondo e la
cultura contemporanee. Quella che qui è rivendicata è
l'attualità della religione, che tuttavia come ricordano
spesso gli autori non deve essere confusa col rinnovato uso della
religione per fini civili e politici, che caratterizza il mondo
occidentale (i "teocons" americani e non solo) e il
mondo islamico (il fondamentalismo religioso terrorista). Vattimo
e Rorty parlano di una religione "privata", che racchiude
però in sé la possibilità di diventare una
delle basi della vita civile pluralista e democratica. Naturalmente
una religione oltre le chiese e le prese di posizione dogmatiche
che riesca a radicare nella prassi quotidiana quel senso di apertura
all'altro e di amore del prossimo che il cristianesimo ha introdotto
nella vita civile e politica dell'Occidente. In tal senso la novità
del cristianesimo con il suo fondamentale principio di carità
si diffonde nell'orizzonte di un progressivo abbandono del carattere
oggettivista della metafisica greca, che per Rorty si concretizza
nell'invito a «liberarci delle vecchie distinzioni greche
tra apparente e reale, tra necessario e contingente» (p.
33). La storia del cristianesimo si caratterizza quindi per lo
sviluppo del principio di individualità, che da Agostino
in poi sottopone le principali categorie della metafisica classica
a una progressiva erosione a vantaggio della affermazione della
libera creatività personale e profondamente singolare.
Tuttavia a una metafisica della generalità non si sostituisce
semplicemente una metafisica della singolarità, come sarebbe
ancora il caso di Kant e del trascendentalismo, ma è la
volontà stessa di raggiungere in filosofia una posizione
universale dall'alto a essere messa in discussione. L'universalità
è quindi raggiungibile soltanto come la somma, sempre incompiuta
e in fieri, di tante singolarità, di tante singole
fatticità storiche. All'imporsi del cristianesimo come
filosofia della singolarità si affianca, come ricorda Vattimo,
nel nostro secolo la scoperta del carattere eminentemente ermeneutico
del mondo contemporaneo; e a tal proposito Vattimo ripropone la
sua idea di una koiné ermeneutica, che permea la realtà
odierna: «L’ermeneutica non è una filosofia,
ma l’enunciazione della stessa esistenza storica nell’epoca
della fine della metafisica» (p. 49). Da una tale enunciazione
nasce però la maggiore differenza tra Rorty e Vattimo:
infatti, se per il primo l'attuale carattere ermeneutico del mondo
contemporaneo è il frutto delle conquiste culturali derivanti
dalla tradizione dell'illuminismo e della rivoluzione francese,
per Vattimo esse sono conseguenze "storiche" della diffusione
del cristianesimo e della sua filosofia della carità, di
cui anche il pensiero moderno — sebbene così intriso
di laicità e spesso di laicismo — è profondamente
debitore.
Da questa sostanziale differenza di fondo si articola poi la
differente interpretazione della presenza della religione nella
società contemporanea. Rorty guarda infatti con un certo
sospetto al ruolo della religione nella società e in base
a una lunga e persistente tradizione del mondo anglosassone riduce
la fede a un fatto del tutto privato e d'altronde solo indirettamente
significativo per la realtà sociale. Ogni tentativo di
permeare la prassi politica e sociale di un contenuto religioso
è visto da Rorty come un pericolo da evitare e che in fondo
mina la democratica convivenza con stili di vita e religioni differenti.
La religione è quindi chiusa negli angusti spazi tra anticlericalismo
e teismo — come suona il titolo del contributo di Rorty
— e segnatamente tra un anticlericalismo che vede in ogni
religione organizzata un pericolo per la società democratica
e il teismo di una fede chiusa completamente nel foro interiore.
Ben altra interpretazione della religione è quella di Vattimo,
la cui provenienza culturale e personale dalla filosofia cattolica
del Dopoguerra (Guzzo e Pareyson) ne fa un interprete raffinato
e al contempo provocatore del complesso fenomeno della religione
nella realtà contemporanea.
L'esperienza della fede si dà per Vattimo essenzialmente
come riscoperta e riconquista del carattere di verità del
cristianesimo, in questo egli non si differenzia in fondo da Hegel
e dal suo tentativo di trattare filosoficamente la verità
del cristianesimo. Vattimo mette infatti al centro dei suoi ultimi
scritti la verità del cristianesimo, e non soltanto per
es. la sua influenza culturale o la sua organizzazione politico-sociale,
come è invece in fondo ancora per Rorty. Tuttavia la verità
del cristianesimo è per Vattimo non il riconoscimento della
presunta corrispondenza delle verità di fede con la metafisica
naturale, come nel neotomismo e in gran parte dei filosofi e teologi
cattolici che sostengono la validità delle verità
di fede in contrapposizione al carattere nichilista delle conquiste
del mondo contemporaneo. Al contrario, l'essenza del cristianesimo
consiste nella scoperta del carattere profondamente spirituale
(e quindi non semplicemente e "brutalmente" naturale)
della realtà. Il mondo non è solo l'insieme dei
fatti sperimentalmente verificabili ma la totalità dei
desideri e delle aspirazioni dei singoli, il modo sempre più
spirituale e "soggettivo" con cui ogni singolo, ogni
volta storicamente, ridisegna con la propria progettualità
il proprio mondo e quello altrui. Il mondo è quindi la
totalità delle interpretazioni con cui i singoli sperando
e desiderando, così come inventando e progettando, ridescrivono
la realtà naturale. La religione è indubbiamente
uno dei modi — da sempre uno dei più importanti —
con cui il singolo tenta di rendere significativa la realtà
esterna, di infonderle quello spirito di cui all'apparenza è
priva. Tuttavia per Vattimo la religione non rappresenta soltanto
un tentativo di "spiritualizzare" la realtà naturale,
che si affianca a altri tentativi più o meno attuali come
l'arte, la scienza, la filosofia stessa, ma la chiave di volta
per comprendere l'intero processo di spiritualizzazione. Infatti
è proprio attraverso il cristianesimo che il precetto dell'amore
e del superamento della letteralità si impongono nel mondo
e influenzano fino in fondo la tradizione culturale occidentale.
La riflessione vattimiana sulla religione può quindi essere
considerata nell'ambito di un hegelismo "debole" o rovesciato,
in quanto con Hegel riconosce la verità del cristianesimo
come l'affermazione e la diffusione della soggettività
in contrasto con la "letteralità" naturale del
mondo esterno, ma a differenza di Hegel non vede nella filosofia
la possibilità ultima di rendere "significativa"
la fede. Se di secolarizzazione qui si tratta, non è soltanto
la secolarizzazione della fede cristiana che è in gioco,
ma anche e soprattutto la secolarizzazione della filosofia. La
religione per Vattimo (e qui contro Hegel) secolarizza e "supera"
(aufhebt) la filosofia stessa, in quanto con la sua perdurante
attualità testimonia il ridimensionamento della pretesa
di una descrizione "assoluta" del reale da parte della
razionalità e inoltre ne mette in mostra le pretese di
dominio (qui Vattimo incontra la speculazione di Pareyson e il
primato in chiave post-hegeliana della teologia sulla filosofia).
La religione che ha in mente Vattimo nasce dal riconoscimento
dell’unico "dogma" cristiano davvero universale:
il precetto dell'amore. Esso in filosofia come nella religione
fonda il rapporto del singolo con l'alterità e con il reale,
in un continuo e infinito processo di spiritualizzazione in cui
l'amore si palesa come il vero motore della storia umana.