| Vattimo, Rorty e il futuro
della religione
di Pierfrancesco
Stagi
Qual
è il futuro della religione nel mondo contemporaneo?
È possibile una religione che sappia non soltanto
opporsi alle principali conquiste del pensiero moderno,
ma che ne sottolinei il carattere democratico ed emancipativo?
Queste sono alcune delle domande che attraversano il
piccolo volume Il futuro della religione (cur. di S.
Zabala), in cui Vattimo e Rorty si interrogano sulla
rilevanza della religione per il mondo e la cultura
contemporanee. Quella che qui è rivendicata è
l'attualità della religione, che tuttavia come
ricordano spesso gli autori non deve essere confusa
col rinnovato uso della religione per fini civili e
politici, che caratterizza il mondo occidentale (i "teocons"
americani e non solo) e il mondo islamico (il fondamentalismo
religioso terrorista). Vattimo e Rorty parlano di una
religione "privata", che racchiude però
in sé la possibilità di diventare una
delle basi della vita civile pluralista e democratica.
Naturalmente una religione oltre le chiese e le prese
di posizione dogmatiche che riesca a radicare nella
prassi quotidiana quel senso di apertura all'altro e
di amore del prossimo che il cristianesimo ha introdotto
nella vita civile e politica dell'Occidente. In tal
senso la novità del cristianesimo con il suo
fondamentale principio di carità si diffonde
nell'orizzonte di un progressivo abbandono del carattere
oggettivista della metafisica greca, che per Rorty si
concretizza nell'invito a "liberarci delle vecchie
distinzioni greche tra apparente e reale, tra necessario
e contingente" (p.33). La storia del cristianesimo
si caratterizza quindi per lo sviluppo del principio
di individualità, che da Agostino in poi sottopone
le principali categorie della metafisica classica ad
una progressiva erosione a vantaggio della affermazione
della libera creatività personale e profondamente
singolare. Tuttavia a una metafisica della generalità
non si sostituisce semplicemente una metafisica della
singolarità, come sarebbe ancora il caso di Kant
e del trascendentalismo, ma è la volontà
stessa di raggiungere in filosofia una posizione universale
dall'alto a essere messa in discussione. L'universalità
è quindi raggiungibile soltanto come la somma,
sempre incompiuta e in fieri, di tante singolarità,
di tante singole fatticità storiche. All'imporsi
del cristianesimo come filosofia della singolarità
si affianca, come ricorda Vattimo, nel nostro secolo
la scoperta del carattere eminentemente ermeneutico
del mondo contemporaneo; e a tal proposito Vattimo ripropone
la sua idea di una koiné ermeneutica, che permea
la realtà odierna: «L’ermeneutica
non è una filosofia, ma l’enunciazione
della stessa esistenza storica nell’epoca della
fine della metafisica» (p.49). Da una tale enunciazione
nasce però la maggiore differenza tra Rorty e
Vattimo: infatti, se per il primo l'attuale carattere
ermeneutico del mondo contemporaneo è il frutto
delle conquiste culturali derivanti dalla tradizione
dell'illuminismo e della rivoluzione francese, per Vattimo
esse sono conseguenze "storiche" della diffusione
del cristianesimo e della sua filosofia della carità,
di cui anche il pensiero moderno – sebbene così
intriso di laicità e spesso di laicismo –
è profondamente debitore.
Da questa sostanziale differenza di
fondo si articola poi la differente interpretazione
della presenza della religione nella società
contemporanea. Rorty guarda, infatti, con un certo sospetto
al ruolo della religione nella società e in base
a una lunga e persistente tradizione del mondo anglosassone
riduce la fede a un fatto del tutto privato e d'altronde
solo indirettamente significativo per la realtà
sociale. Ogni tentativo di permeare la prassi politica
e sociale di un contenuto religioso è visto da
Rorty come un pericolo da evitare e che in fondo mina
la democratica convivenza con stili di vita e religioni
differenti. La religione è quindi chiusa negli
angusti spazi tra anticlericalismo e teismo –
come suona il titolo del contributo di Rorty –:
tra un anticlericalismo che vede in ogni religione organizzata
un pericolo per la società democratica e il teismo
di una fede chiusa completamente nel foro interiore.
Ben altra interpretazione della religione è quella
di Vattimo, la cui provenienza culturale e personale
dalla filosofia cattolica del Dopoguerra (Guzzo e Pareyson)
ne fa un interprete raffinato e al contempo provocatore
del complesso fenomeno della religione nella realtà
contemporanea.
L'esperienza della fede si dà per
Vattimo essenzialmente come riscoperta e riconquista
del carattere di verità del cristianesimo, in
questo egli non si differenzia in fondo da Hegel e dal
suo tentativo di trattare filosoficamente la verità
del cristianesimo. Vattimo mette infatti al centro dei
suoi ultimi scritti la verità del cristianesimo,
e non soltanto ad esempio la sua influenza culturale
o la sua organizzazione politico-sociale, come è
invece in fondo ancora per Rorty. Tuttavia la verità
del cristianesimo è per Vattimo non il riconoscimento
della presunta corrispondenza delle verità di
fede con la metafisica naturale, come nel neotomismo
e in gran parte dei filosofi e teologi cattolici che
sostengono la validità delle verità di
fede in contrapposizione al carattere nichilista delle
conquiste del mondo contemporaneo. Al contrario, l'essenza
del cristianesimo consiste nella scoperta del carattere
profondamente spirituale (e quindi non semplicemente
e "brutalmente" naturale) della realtà.
Il mondo non è solo l'insieme dei fatti sperimentalmente
verificabili, ma la totalità dei desideri e delle
aspirazioni dei singoli, ossia il modo sempre più
spirituale e "soggettivo" con cui ogni singolo,
ogni volta storicamente, ridisegna con la propria progettualità
il proprio mondo e quello altrui. Il mondo è
quindi la totalità delle interpretazioni con
cui i singoli sperando e desiderando, così come
inventando e progettando, ridescrivono la realtà
naturale. La religione è indubbiamente uno dei
modi – da sempre uno dei più importanti
– con cui il singolo tenta di rendere significativa
la realtà esterna, di infonderle quello spirito
di cui all'apparenza è priva. Tuttavia per Vattimo
la religione non rappresenta soltanto un tentativo di
"spiritualizzare" la realtà naturale,
che si affianca a altri tentativi più o meno
attuali come l'arte, la scienza, la filosofia stessa,
ma la chiave di volta per comprendere l'intero processo
di spiritualizzazione. Infatti è proprio attraverso
il cristianesimo che il precetto dell'amore e del superamento
della letteralità si impongono nel mondo e influenzano
fino in fondo la tradizione culturale occidentale.
La riflessione vattimiana sulla religione
può quindi essere considerata nell'ambito di
un hegelismo "debole" o rovesciato, in quanto
con Hegel riconosce la verità del cristianesimo
come l'affermazione e la diffusione della soggettività
in contrasto con la "letteralità" naturale
del mondo esterno, ma a differenza di Hegel non vede
nella filosofia la possibilità ultima di rendere
"significativa" la fede. Se di secolarizzazione
qui si tratta, non è soltanto la secolarizzazione
della fede cristiana che è in gioco, ma anche
e soprattutto la secolarizzazione della filosofia. La
religione per Vattimo (e qui contro Hegel) secolarizza
e "supera" (aufhebt) la filosofia stessa,
in quanto con la sua perdurante attualità testimonia
il ridimensionamento della pretesa di una descrizione
"assoluta" del reale da parte della razionalità
ed inoltre ne mette in mostra le pretese di dominio
(qui Vattimo incontra la speculazione di Pareyson e
il primato in chiave post-hegeliana della teologia sulla
filosofia). La religione che ha in mente Vattimo nasce
dal riconoscimento dell’unico "dogma"
cristiano davvero universale: il precetto dell'amore.
Esso in filosofia come nella religione fonda il rapporto
del singolo con l'alterità e con il reale, in
un continuo e infinito processo di spiritualizzazione
in cui l'amore si palesa come il vero motore della storia
umana.
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