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ISSN 1826-6150
 
   
 
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letture
Vattimo, Rorty e il futuro
della religione
di Pierfrancesco Stagi

Qual è il futuro della religione nel mondo contemporaneo? È possibile una religione che sappia non soltanto opporsi alle principali conquiste del pensiero moderno, ma che ne sottolinei il carattere democratico ed emancipativo? Queste sono alcune delle domande che attraversano il piccolo volume Il futuro della religione (cur. di S. Zabala), in cui Vattimo e Rorty si interrogano sulla rilevanza della religione per il mondo e la cultura contemporanee. Quella che qui è rivendicata è l'attualità della religione, che tuttavia come ricordano spesso gli autori non deve essere confusa col rinnovato uso della religione per fini civili e politici, che caratterizza il mondo occidentale (i "teocons" americani e non solo) e il mondo islamico (il fondamentalismo religioso terrorista). Vattimo e Rorty parlano di una religione "privata", che racchiude però in sé la possibilità di diventare una delle basi della vita civile pluralista e democratica. Naturalmente una religione oltre le chiese e le prese di posizione dogmatiche che riesca a radicare nella prassi quotidiana quel senso di apertura all'altro e di amore del prossimo che il cristianesimo ha introdotto nella vita civile e politica dell'Occidente. In tal senso la novità del cristianesimo con il suo fondamentale principio di carità si diffonde nell'orizzonte di un progressivo abbandono del carattere oggettivista della metafisica greca, che per Rorty si concretizza nell'invito a «liberarci delle vecchie distinzioni greche tra apparente e reale, tra necessario e contingente» (p. 33). La storia del cristianesimo si caratterizza quindi per lo sviluppo del principio di individualità, che da Agostino in poi sottopone le principali categorie della metafisica classica a una progressiva erosione a vantaggio della affermazione della libera creatività personale e profondamente singolare. Tuttavia a una metafisica della generalità non si sostituisce semplicemente una metafisica della singolarità, come sarebbe ancora il caso di Kant e del trascendentalismo, ma è la volontà stessa di raggiungere in filosofia una posizione universale dall'alto a essere messa in discussione. L'universalità è quindi raggiungibile soltanto come la somma, sempre incompiuta e in fieri, di tante singolarità, di tante singole fatticità storiche. All'imporsi del cristianesimo come filosofia della singolarità si affianca, come ricorda Vattimo, nel nostro secolo la scoperta del carattere eminentemente ermeneutico del mondo contemporaneo; e a tal proposito Vattimo ripropone la sua idea di una koiné ermeneutica, che permea la realtà odierna: «L’ermeneutica non è una filosofia, ma l’enunciazione della stessa esistenza storica nell’epoca della fine della metafisica» (p. 49). Da una tale enunciazione nasce però la maggiore differenza tra Rorty e Vattimo: infatti, se per il primo l'attuale carattere ermeneutico del mondo contemporaneo è il frutto delle conquiste culturali derivanti dalla tradizione dell'illuminismo e della rivoluzione francese, per Vattimo esse sono conseguenze "storiche" della diffusione del cristianesimo e della sua filosofia della carità, di cui anche il pensiero moderno — sebbene così intriso di laicità e spesso di laicismo — è profondamente debitore.

Da questa sostanziale differenza di fondo si articola poi la differente interpretazione della presenza della religione nella società contemporanea. Rorty guarda infatti con un certo sospetto al ruolo della religione nella società e in base a una lunga e persistente tradizione del mondo anglosassone riduce la fede a un fatto del tutto privato e d'altronde solo indirettamente significativo per la realtà sociale. Ogni tentativo di permeare la prassi politica e sociale di un contenuto religioso è visto da Rorty come un pericolo da evitare e che in fondo mina la democratica convivenza con stili di vita e religioni differenti. La religione è quindi chiusa negli angusti spazi tra anticlericalismo e teismo — come suona il titolo del contributo di Rorty — e segnatamente tra un anticlericalismo che vede in ogni religione organizzata un pericolo per la società democratica e il teismo di una fede chiusa completamente nel foro interiore. Ben altra interpretazione della religione è quella di Vattimo, la cui provenienza culturale e personale dalla filosofia cattolica del Dopoguerra (Guzzo e Pareyson) ne fa un interprete raffinato e al contempo provocatore del complesso fenomeno della religione nella realtà contemporanea.

L'esperienza della fede si dà per Vattimo essenzialmente come riscoperta e riconquista del carattere di verità del cristianesimo, in questo egli non si differenzia in fondo da Hegel e dal suo tentativo di trattare filosoficamente la verità del cristianesimo. Vattimo mette infatti al centro dei suoi ultimi scritti la verità del cristianesimo, e non soltanto per es. la sua influenza culturale o la sua organizzazione politico-sociale, come è invece in fondo ancora per Rorty. Tuttavia la verità del cristianesimo è per Vattimo non il riconoscimento della presunta corrispondenza delle verità di fede con la metafisica naturale, come nel neotomismo e in gran parte dei filosofi e teologi cattolici che sostengono la validità delle verità di fede in contrapposizione al carattere nichilista delle conquiste del mondo contemporaneo. Al contrario, l'essenza del cristianesimo consiste nella scoperta del carattere profondamente spirituale (e quindi non semplicemente e "brutalmente" naturale) della realtà. Il mondo non è solo l'insieme dei fatti sperimentalmente verificabili ma la totalità dei desideri e delle aspirazioni dei singoli, il modo sempre più spirituale e "soggettivo" con cui ogni singolo, ogni volta storicamente, ridisegna con la propria progettualità il proprio mondo e quello altrui. Il mondo è quindi la totalità delle interpretazioni con cui i singoli sperando e desiderando, così come inventando e progettando, ridescrivono la realtà naturale. La religione è indubbiamente uno dei modi — da sempre uno dei più importanti — con cui il singolo tenta di rendere significativa la realtà esterna, di infonderle quello spirito di cui all'apparenza è priva. Tuttavia per Vattimo la religione non rappresenta soltanto un tentativo di "spiritualizzare" la realtà naturale, che si affianca a altri tentativi più o meno attuali come l'arte, la scienza, la filosofia stessa, ma la chiave di volta per comprendere l'intero processo di spiritualizzazione. Infatti è proprio attraverso il cristianesimo che il precetto dell'amore e del superamento della letteralità si impongono nel mondo e influenzano fino in fondo la tradizione culturale occidentale.

La riflessione vattimiana sulla religione può quindi essere considerata nell'ambito di un hegelismo "debole" o rovesciato, in quanto con Hegel riconosce la verità del cristianesimo come l'affermazione e la diffusione della soggettività in contrasto con la "letteralità" naturale del mondo esterno, ma a differenza di Hegel non vede nella filosofia la possibilità ultima di rendere "significativa" la fede. Se di secolarizzazione qui si tratta, non è soltanto la secolarizzazione della fede cristiana che è in gioco, ma anche e soprattutto la secolarizzazione della filosofia. La religione per Vattimo (e qui contro Hegel) secolarizza e "supera" (aufhebt) la filosofia stessa, in quanto con la sua perdurante attualità testimonia il ridimensionamento della pretesa di una descrizione "assoluta" del reale da parte della razionalità e inoltre ne mette in mostra le pretese di dominio (qui Vattimo incontra la speculazione di Pareyson e il primato in chiave post-hegeliana della teologia sulla filosofia). La religione che ha in mente Vattimo nasce dal riconoscimento dell’unico "dogma" cristiano davvero universale: il precetto dell'amore. Esso in filosofia come nella religione fonda il rapporto del singolo con l'alterità e con il reale, in un continuo e infinito processo di spiritualizzazione in cui l'amore si palesa come il vero motore della storia umana.

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