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letture
Martin Buber, Due tipi di fede
di Nunzio Bombaci
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Nella cultura del postmoderno, caratterizzata dal tramonto dei
punti di riferimento “forti”, quella di Martin Mordechai
Buber è una voce che proviene da lontano, si approssima
all’uomo attento e giunge diretta a colui che si interroga
sui problemi ultimi. I suoi scritti costituiscono altrettanti
“rimandi” (Hinweise) alla relazione col Tu
divino, il tu umano e con gli esseri della natura. È questa
a costituire per lui la realtà prima e ultima che dischiude
all’uomo il senso. Buber è senz’altro
tra i più autorevoli filosofi del Novecento che hanno inteso
dire «cose nuove con le vecchie parole ebraiche»,
per ricorrere a un’espressione del suo amico Franz Rosenzweig.
Il pensiero dialogico trae alimento proprio dall’universo
di senso dischiuso dalla Bibbia, intesa quale storia della “difficile”
relazione che l’Eterno instaura con l’uomo.
La riflessione sul rapporto tra ebraismo e cristianesimo impegna
Buber fin dai primi anni del Novecento sin oltre la metà
del secolo. Il libro Zwei Glaubensweisen — ovvero
Due tipi di fede — offre la sintesi di tale riflessione.
Concepito quale contributo filosoficamente rigoroso al chiarimento
della differenza tra le due fedi, esso ha trovato critici attenti
e talora severi, prima che all’interno dell’ebraismo,
in alcuni eminenti filosofi e teologi cristiani. Molto diverse
sono state le valutazioni espresse dagli studiosi circa il valore
scientifico della tesi fondamentale dell’opera, secondo
la quale i due “tipi” o “generi” (Weisen)
esclusivi in cui si modula la fede — «l’avere
fiducia in Qualcuno» e «il ritenere per vero»
— sono rappresentati nella storia, rispettivamente, dalla
fede ebraica, ovvero dalla emunà, e da quella
cristiana, che per l’autore è pístis.
La tesi che informa il libro si presta in realtà a rilievi
di varia natura, segnatamente sul piano filologico e storico.
Tuttavia, al di là delle critiche che pure si possono avanzare
al riguardo, esso resta una testimonianza di straordinario coraggio
intellettuale, in quanto — è bene ricordarlo —
Buber affronta il problema del rapporto tra ebraismo e cristianesimo
a pochi anni da Auschwitz. La emunà ebraica è,
nella prospettiva dell’autore, testimoniata da figure quali
Abramo, Mosè, Giobbe; essa è al fondo della fede
di Gesù di Nazareth. Buber vuole porre in rilievo l’essere
ebreo di Gesù, la cui predicazione — nel fare appello
alla decisione, alla conversione — segue in modo fedele
la linea tracciata dalla fede dei profeti. La caratterizzazione
vivida che Buber offre della figura di Gesù costituisce
il secondo nucleo tematico fondamentale dell’opera.
Il terzo motivo di interesse del libro va individuato nel tentativo
di rintracciare la genesi della differenza tra le due fedi, gli
eventi e le figure storiche all’origine della diastasi tra
emunà e pístis. All’inizio
della seconda non è per Buber il Gesù storico, che
dimora esemplarmente nella emunà, ma sono l’evangelista
Giovanni e, soprattutto, l’apostolo Paolo. Sebbene la riflessione
proposta in Due tipi di fede evidenzi dei limiti in ordine
alla comprensione del cristianesimo quale “fede dialogica”,
l’esito della ricerca buberiana è di notevole rilievo
teoretico. La emunà ebraica e la pístis
cristiana sono le due forme di fede che per l’autore “rappresentano”
meglio di ogni altra i due tipi fondamentali della fede
stessa; a essi è a suo parere possibile ricondurre ogni
forma religiosa che si sia affermata storicamente. Come si è
già detto, il primo genere consiste essenzialmente nell’avere
fiducia in qualcuno mentre il secondo nel riconoscere
per vero qualcosa, ovvero una determinata verità.
Per “illustrare” la realtà che è al
fondo di ognuno dei tipi di fede, Buber fa pertanto ricorso a
due “fatti” di universale esperienza: il “confidare”
e il “riconoscere per vero”. In entrambi i casi il
verbo utilizzato rinvia a un rapporto: nel primo si tratta di
una relazione con “qualcuno”, nel secondo di un rapporto
— non esclusivamente, ma prevalentemente intellettuale —
con “qualcosa”.
Da un’analisi testuale di Due tipi di fede si
rileva che sono soltanto due gli elementi che i generi di fede
cui si è fatto riferimento presentano in comune: l’uno
è il fatto che non si possono fondare razionalmente in
modo adeguato, l’altro è il coinvolgimento di tutto
l’essere del credente nell’atto di fede, che è
sempre «un rapporto di tutto il mio essere». Il “rapporto
di fiducia” con Dio, presente in modo eminente nella fede
ebraica, “riposa” su un contatto con Colui in cui
si confida. In quella cristiana invece il “rapporto di riconoscimento”
riposa su un atto di accettazione di ciò che viene riconosciuto
come vero: Gesù è il Risorto dai morti, è
il Cristo. Ancora, il contatto all’origine della fede ebraica
è per Buber “una prossimità” ma, nella
relazione dialogica che pure procede da tale contatto, «continua
a sussistere una distanza in ultima analisi incolmabile».
Per l’uomo della emunà Dio è “Il
vicino-e-lontano”, come pone in rilievo un altro grande
filosofo ebreo del Novecento — Franz Rosenzweig —
citando il titolo di una poesia di Yehudah ha-Levi, autore del
dodicesimo secolo. Le due fedi differiscono sin dalle origini.
La fede ebraica sorge in alcune tribù nomadi, confluite
in un solo popolo, le quali avevano vissuto le loro migrazioni
come se Dio stesso le avesse guidate. Ai primordi pertanto vi
sono degli eventi storici, vissuti dagli ebrei come esperienza
di fede. Dio indica il cammino e la emunà è
allora un perseverare nella fiducia in Colui che guida Israele
e stipula un’alleanza con esso. Al fine di porre in rilievo
i tratti propri della emunà, Buber fa ricorso
a diverse citazioni, oltre che di brani della Scrittura, di opere
della tradizione religiosa ebraica, come il Talmud. All’interno
del Nuovo Testamento, diversamente, l’autore distingue nettamente
i Vangeli sinottici — che in molti passi attesterebbero
la fede di Gesù quale emunà — dal
Vangelo di Giovanni e dalle Lettere di Paolo, che invece documentano
l’affermarsi della nuova fede.
Per l’autore la fede di Gesù è proprio la
emunà giunta a un grado straordinario di purezza,
e solo un ebreo può comprenderla adeguatamente, dall’interno
per così dire. In Gesù si manifesta in pienezza
la persona che ciascun uomo è chiamato a realizzare. Il
suo io è l’io della relazione io-tu. Proprio nella
immediatezza della relazione, egli può chiamare padre il
Tu eterno. E, in ogni rapporto con un tu umano, Gesù è
persona che permane nell’amore, pur nella diversità
dei sentimenti provati verso i suoi interlocutori, testimoniata
dai Vangeli. Radicalmente diversa dalla fede di Gesù, come
la pístis differisce dalla emunà,
è per Buber la fede di Paolo. Se Gesù aveva predicato
il ritorno all’intenzione originaria della Legge, che l’uomo
poteva e doveva osservare sino al singolo “iota”,
Paolo afferma che la Legge non può essere adempiuta in
tal modo. Gesù aveva respinto ogni tendenza alla divinizzazione
della sua persona, invitando alla fede non in lui ma nel Padre,
Paolo lo presenta come il Signore. Secondo il parere di Buber,
ebraismo e cristianesimo — il tipo di fede proprio di Gesù
di Nazareth e quello di Paolo di Tarso — nella loro radicale
diversità, sono comunque chiamati a rivolgere la parola
l’uno all’altro, dispiegando così quell’atteggiamento
dialogico che informa il pensiero dell’autore stesso. Si
tratta di una parola dialogica particolarmente importante, per
l’uno e per l’altro, nelle epoche di crisi religiosa,
da superare promuovendo un rinnovamento che sia un ritorno all’origine.
Per Buber entrambe le religioni costituiscono cammini di fede
verso l’unico Dio. E a suo giudizio solo chi considera emunà
e pístis proprio come fedi volute da Dio può
promuovere un autentico dialogo interreligioso, rendendo giustizia
alla “differenza” che è stata imposta loro
e alla “concordia” che pure è stata “concessa”
loro quale possibilità.
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