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   Si è tenuto a Genova il 17 e 18 novembre l'VIII Convegno annuale della Associazione Italiana di Filosofia della Religione (AIFR), organizzato in collaborazione con il Centro di Studi "Antonio Balletto" (CSAB). L’appuntamento, dedicato al tema "La liberazione dal male nelle tradizioni religiose e nel pensiero filosofico", ha fatto registrare la presenza di un pubblico numeroso e attento nonché la proficua partecipazione di autorevoli e affermati intellettuali accanto a giovani studiosi.

   Introducendo ai lavori il Prof. Sergio Sorrentino (Univ. di Salerno) ha sottolineato come il fuoco della tematica in discussione sia costituito non dalla questione del male, o dei mali, e dall'esplorazione delle possibilità di venirne a capo in qualche modo (liberazione), bensì dal potenziale salvifico espresso dall’esperienza religiosa nella pluralità delle sue espressioni. Giacché alla base dell’esperire religioso, in qualsiasi modo esso poi si esprima e si sedimenti nelle differenti religioni, sembra vi sia la percezione di un male profondo e pervasivo, ossia la dissociazione tra il "mondo della vita" e il suo "senso". Con questo punto focale sono chiamate a confrontarsi tanto la meditazione delle differenti tradizioni religiose quanto la stessa riflessione filosofica nella sua inflessione ermeneutica (e non speculativa). Di fatto le sei relazioni previste hanno via via presentato le prospettive di liberazione dal male, percepito peraltro secondo angolature notevolmente differenti, in cinque grandi tradizioni religiose (o meglio sarebbe dire costellazioni, data la pluralizzazione interna a ciascuna di esse): quella dello hinduismo (La liberazione dal male nello hinduismo. Elementi di teodicea nella religione indiana tradizionale, relazione del Prof. Alberto Pelissero dell'Univ. di Torino), quella di alcune articolazioni maggiori del Buddhismo (Figure della liberazione nel Buddhismo: dal nirvana alla bodhi, dalla prajna alla fede nel Grande Voto di Amitabha, relazione del Prof. Gianfranco Bonola, dell’Univ. Roma Tre), del cristianesimo («Liberaci dal male». Vie della redenzione nella tradizione cristiana, relazione del Prof. Giovanni Filoramo dell’Univ. di Torino), quella dell’Islam soprattutto sunnita (Disubbidienze umane e perdono divino nella tradizione religiosa islamica, relazione della Prof. Ida Zilio-Grandi, dell'Univ. di Venezia), e quella dell’ebraismo (Teshuvà come autoredenzione nel pensiero religioso dell’ebraismo, relazione del Prof. Giuseppe Laras, dell’Univ. di Milano). A fare da contrappunto a questa sterminata panoramica delle diverse tradizioni religiose e della loro estremamente variegata meditazione sulle possibili vie di liberazione dal male che inficia l’esistenza umana nel mondo c’è stata poi la presentazione assai articolata della non meno sterminata e variegata riflessione sul male, o meglio sui mali che affliggono l’esistenza, condotta nella tradizione filosofica occidentale (Liberazione dai mali e liberazione dal male nella tradizione filosofica, relazione del Prof. Gerardo Cunico, dell’Univ. di Genova).

   Non è possibile qui fare un resoconto degli sviluppi tematici e delle approfondite analisi compiute dai diversi relatori scavando dentro le pieghe di tradizioni religiose che da un lato affondano le radici dentro vissuti religiosi profondi dotati di una enorme carica di performatività (rispetto all’ethos effettivo, alle manifestazioni simboliche, alle pratiche rituali, alla stessa schematizzazione concettuale e/o rappresentativa), dall’altro si sono articolate e sedimentate in sistemi culturali assai complessi. Si può a questo proposito rinviare alla pubblicazione dei materiali presentati al Convegno genovese - relazioni, comunicazioni e apparati - nel prossimo volume della nostra collana "Quaestiones disputatae". Qui piuttosto vale la pena di raccogliere in alcuni tratti “idealtipici”, diciamo così, l’enorme mole di significazioni religiose e di vissuti che si sono agglomerati intorno all’asse del male che inficia (a titoli i più diversi) l’esistenza e alle terapeutiche praticate per venirne a capo. Una prima classificazione tipologica (che ci dovrebbe facilitare la comprensione, non indurre in pregiudizi) è questa: nelle tradizioni religiose del subcontinente indiano il male che interessa e fa problema, e che funge da asse per la definizione di possibili terapeutiche liberatorie, è la sofferenza ovvero il dolore (che o rientra nel ciclo cosmico della vita o pertiene alla natura del divenire); viceversa in quelle del solco abramitico (le religioni monoteistiche) il male che incardina tutti gli altri mali è in ultima istanza una lesione del rapporto col divino, e la liberazione da quel male comporta il risarcimento di quella lesione. In secondo luogo in tutte le tradizioni religiose presentate si manifesta una grande pluralità delle vie di liberazione dal male (quello intorno a cui si coagula l’esperire religioso di volta in volta in gioco); ma anche qui esse possono essere classificate tipologicamente in quattro modalità, che talvolta si intrecciano tra loro in modo più o meno palese: la conoscenza, le pratiche ascetiche, il pentimento/perdono, l’intervento redentivo del divino. Tutte e quattro queste modalità comportano il coinvolgimento dell’essere umano titolare della liberazione, e quindi si esplicano in una pragmatica etica più o meno articolata. In terzo luogo la liberazione si presenta secondo due paradigmi differenti: il primo si rappresenta come termine del processo terapeutico di liberazione la cancellazione del dolore e della sofferenza, e quindi l’instaurazione di una condizione di giustizia cosmica o di vacuità (eradicamento del dolore e delle sue cause); il secondo si rappresenta quel termine come la restaurazione di un rapporto col divino, dalla cui lesione (peccato) si produce nel mondo ogni sorta di mali.

   Dal canto suo la riflessione filosofica nel mondo occidentale ha incrociato variamente tanto la problematizzazione del male quanto l’esperienza religiosa. Di qui il tracciato estremamente tortuoso compiuto su questo terreno da quella riflessione, che ha trovato nella relazione del Prof. Cunico una esposizione tanto approfondita quanto articolata. Anche in questo caso sarebbe forse utile ricondurre a moduli tipologici tutta questa sterminata massa di riflessione intorno al nodo problematico del male. Tento qui di raccogliere in tre modelli (tre tipologie) quanto la relazione di Cunico ha svolto nel suo tracciato espositivo. Il primo modello (egemone nel pensiero antico) pensa la liberazione dal male sull’asse del Sé, e dunque in termini di accesso a virtù e saggezza. Il secondo pensa il problema del male sull’asse del “male radicale”, e dunque la liberazione come processo asintotico che impegna l’intero dell’esistenza e del suo senso. Il terzo pensa il male e la liberazione da esso nella dimensione bipolare tra storia e escatologia; essa coinvolge nel suo arco teso tra i due poli indicati tanto l’individuo quanto la società e persino il cosmo nel suo insieme. In ogni caso risulta assai rilevante nello sviluppo della riflessione filosofica occidentale l’incidenza esercitata dall’esperienza religiosa ebraico-cristiana, e poi in epoca moderna e post-moderna lo stesso processo di secolarizzazione che ha in qualche modo depotenziato quell’incidenza. Si è creato così una sorta di spazio vuoto che la più recente riflessione filosofica ha tentato di riempire, come è emerso in qualche modo dai contributi ai lavori del Convegno offerti da giovani studiosi: Maria Rita Scarcella ha presentato spunti interessanti e pertinenti della problematizzazione del male nel pensiero di Jankelevitch e Pareyson; Marco Damonte ha introdotto all’approccio col quale la filosofia analitica della religione affronta le aporie del male tra tentativi di giustificazione e prospettazioni di ragionevolezza; Massimo Iiritano ha esposto la problematizzazione con la quale Sergio Quinzio ha modulato in senso escatologico l’interrogativo tragico intorno alla liberazione dal male.

   In conclusione si possono raccogliere i lavori del Convegno, e della fitta trama di discussione che ha avuto luogo intorno alle relazioni, in questi tre spunti problematici. 1. Il tema della liberazione dal male chiama in causa, a un titolo che varia nelle diverse religioni, il divino, comunque esso si configuri. E invero il ventaglio delle configurazioni del divino nelle differenti religioni è assai ampio; esso va dalla figura anonima e innominabile della “vacuità” (nirvana), fino alla figura del Dio personale, cui ci si può rivolgere come a un Tu e che prende parte o comunque interviene nella storia umana (di liberazione dal male); 2. Comunque venga rappresentata la liberazione dal male, in tutte le religioni essa impegna in maniera onerosa l’essere umana; essa cioè comporta per lui la fatica della liberazione, tanto che in talune tradizioni essa si può presentare come una auto-liberazione dal male. In ogni caso il contesto della liberazione dal male innesca tutta una pragmatica etica, che costituisce parte cospicua dell’apporto delle esperienze religiose alle diverse culture umane di riferimento e insomma all’ethos dei gruppi umani e della loro convivenza associata; 3. Il male si presenta come un groviglio estremamente complesso, come una matassa problematica gravida di paradossi; e non è facile rendere perspicuo il filo che consenta di dipanare quella matassa, e soprattutto indicare in mano a chi sta il filo che permette di venire a capo del groviglio dei mali. Non è casuale che l’esperire religioso per illuminare questa matassa ricorra di frequente al mito, e la riflessione filosofica la traduca nei termini dell’impensabile.

   In ogni caso la questione del male, o se si preferisce dei mali, si presenta sempre e comunque all’interno dell’orizzonte dell’esperienza. Il male costituisce una datità di questo mondo e una dimensione della condizione umana. Ed è a questa condizione umana di esistenza che pertiene il bisogno, o il desiderio, di liberazione.
immagini del convegno