Il VI Convegno
dell’Associazione Italiana di Filosofia della
Religione (AIFR) quest’anno ha avuto come scenario
l’Università di Messina. Due giornate (4
e 5 maggio) e tre sessioni di lavori hanno favorito
un intenso dibattito sopra una tematica attuale e

impegnativa qual è quella del rapporto tra
Religioni
e violenza. I lavori sono stati aperti da Pier
Cesare Bori (Università di Bologna) il quale,
nella suggestiva e vibrante relazione intitolata
Violenza
cristiana, violenza buddhista in Ricredetevi!
di
Lev Tolstoj, ha messo a confronto, filtrandoli
attraverso la pagina critica tolstojana, precetti etici
cristiani e buddhisti il cui comune punto d’approdo
è individuato nel divieto assoluto d’uccidere.
L’opuscolo di Tolstoj,
Ricredetevi (
Odumaytes’),
datato 30 aprile 1904, nel momento della guerra russo-giapponese,
è molto emozionante. Lo scritto tolstojano stabilisce
un parallelo preciso tra "i buddhisti, la cui legge
proibisce di uccidere non soltanto gli uomini ma anche
gli animali, e dall’altra parte i cristiani, che
professano una legge di fratellanza e d’amore".
In entrambe le religioni è la prassi a giocare
il ruolo principale. Al centro del cristianesimo originario
non è infatti la speculazione sul logos, ma i
semplici radicali comandamenti, affidati alla comunità
non perché li studi, ma perché li metta
in pratica. E ancora, il potere, nella forma originaria
del monoteismo cristiano, si pone come inveramento del
modello teologico-politico monoteistico, specificamente
teocratico: la sovranità divina viene a instaurarsi
integralmente. Dunque ci troviamo di fronte a una teologia
politica, ma una teologia politica che contiene vigorose
avvertenze contro ogni idea che Dio possa essere rappresentato.
Il buddhismo invece non è evidentemente una teologia,
meno che mai politica. La via buddhista è una
via di rifiuto di una società catastale, è
una via di rafforzamento della soggettività,
verso un esito “mistico” che ne vedrà,
ma solo alla fine, il dissolvimento. E anche al centro
del buddhismo non c’è la speculazione sull’atman-brahman
bensì la prassi, che è il cammino da intraprendere
per uscire dal dolore, insieme con altri.
Paola Ricci Sindoni (Università
di Messina) ha focalizzato la propria attenzione sul
difficile ma ineludibile intreccio tra la trascendenza
e l’immanenza del libro sacro, cioè sul
processo di maturazione che permette alla lettera della
sacra scrittura di trasformarsi in parola viva, realizzando
in tal modo la sua funzione peculiare. Nella relazione
della Ricci Sindoni, intitolata
Materialità
e dominio del testo. Note sul fondamentalismo religioso,
viene messo in luce come il fondamentalista sia colui
che vive rintanato nella fissità della lettera.
Ma la lettera che abita nel libro non è un involucro
da scartare in nome di una comprensione libera o di
un approccio esegetico che punti a imporre un significato
oggettivo valido per tutti. Lettera e significato sono
tutt’uno poiché la lettera, che non è
prigione, contiene il significato nella sua intensa
intimità. Il libro si offre all’apertura
del significato. La lettera pur contenendo tutto l’orizzonte
di comprensione dell’Essere, non può essere
colta come un oggetto impenetrabile e chiuso. Il guscio
va aperto, come la tenda d’Abramo, che è
aperta e ospitale sui quattro punti cardinali, in modo
che ogni passante possa entrarvi. La lettera, più
che assestarsi nella nuda letteralità, si espone
a una sorta di translitteralità, che è
il varco attraverso il quale il significato attraversa
la lettera, traspare in essa, non vi si aggiunge annullandosi
o creando al suo interno una conflittualità.
Senza cogliere il dinamismo interno della lettera, il
libro langue e non risponde più all’appello.
Non sono le diverse parti della scrittura che insegnano
la storia sacra, le sue verità, che preannunciano
realtà escatologiche o che indicano le cose da
fare, ma è lo stesso discorso, la stessa parola,
nella sua polisemia, ad adempiere a questa funzione.
La Scrittura cresce con chi la legge, indicando pratiche
di vita ma anche generando pensiero. L’atteggiamento
fondamentalista, che è mosso dall’esigenza
di salvaguardare l’alterità della lettera,
ne conserva al contempo la distanza, proiettando il
libro in un punto di fuga d’assoluta e immobile
trascendenza. L’universalità e l’autorità
del testo viene in tal modo garantita, ma anche assolutizzata
come distanza inavvicinabile, a tutto discapito della
necessaria distensione nell’orizzonte temporale
della parola e della vita dentro la storia. Dunque,
alterità e distanza obbediscono a due diversi
ordini e vanno differenziate in nome di un incrocio
virtuoso tra la trascendenza della parola, che costituisce
la sua ineliminabile alterità, e la distanza
che invece è una legge immanente tradotta nel
gioco sempre difficile ed esaltante dell’interpretazione.
Nel pomeriggio Claus-Ekkehard Bärsch
(Università di Duisburg-Essen) ha tenuto la relazione
Potere, violenza e religione dalla prospettiva della
Politologia della religione. Per Bärsch il
politico, che non può essere ridotto a un fatto
di potere ma che invece implica uno sforzo per la riuscita
felice della vita degli esseri umani, ha tra le proprie
fondamentali implicazioni il religioso. Mutuando il
principio vichiano del “verum et factum convertuntur”
in quello di “credo et factum convertuntur”,
Bärsch individua nel politico diversi livelli d’implicazioni
religiose concernenti l’esistenza, il conoscere,
la coscienza della società e della storia, il
diritto, la morale, e valori quali libertà e
dignità. Il primo livello riguarda le sfere dell’esistenza,
le quali attengono alla vita umana e alla sua percezione,
interpretazione e valutazione. Le infrastrutture fisico-materiali
della vita si esplicano in diversi contesti: nel contesto
fisico-psichico, in cui rientrano non solo le dottrine
antropologiche e psicologiche, ma anche le convinzione
e le opinioni dei cittadini sull’”essenza”
degli esseri umani; nel contesto psichico-esistenziale,
in cui ricadono i fenomeni del desiderare, del patire
e del sentire; nel contesto spirituale-cognitivo, sotto
la cui categoria vengono accolte le manifestazioni dell’intelletto,
della ragione, dello spirito, ma anche della finzione,
dell’illusione e dell’utopia. Il secondo
livello analizzato da Bärsch riguarda le categorie
del conoscere. Siccome l’essere umano è
un essere pensante, la politica dipende dalla modalità
di percepire, pensare, opinare e conoscere, all’interno
di categorie sia formali che materiali. Nel terzo livello
sono collocate la società e la storia, ossia,
seguendo l’indicazione di E. Voegelin (di cui
Bärsch è stato allievo), la scienza politica
strictu sensu, comprese le istituzioni politiche riguardanti
i fini pragmatici dell’agire politico e i paradigmi
dell’esistenza socio-politica che riguardano l’agire
degli esseri umani in riferimento all’etica, al
diritto e alla giustizia. Infine il quarto livello riguarda
gli oggetti tradizionali della filosofia quali il bene,
il vero, il bello, la felicità, e anche gli oggetti
della teologia, quali il sacro, la redenzione, l’incarnazione,
il male, il rapporto tra Dio e la natura.
La prima giornata di lavori è
stata chiusa da Giulio Chiodi (Università dell’Insubria)
e dalle sue considerazioni sulla "ragionevole irrazionalità
della religione". Secondo Chiodi nel corso dei
secoli, soprattutto a partire dal XVII secolo, la religione
è andata perdendo il concetto di rivelazione,
che è stato messo in crisi, allontanato e sostituito
da altre tensioni. In altri termini le operazioni razionalistiche
vengono viste come un tentativo di affidare alla spiegazione
il più possibile ordinata tutto ciò che
un tempo era prevalentemente rinviato a una verità
rivelata. Quello che viene meno, cioè, è
il momento della rivelazione come momento ispirativo
della conoscenza, in qualche misura in grado d’accordare
a una comunità un mito d’appartenenza.
Per Chiodi oggi la tendenza è quella di immaginare
una religione civile che prospetti una unità
tra istanza religiosa e istanza politica. Una comunità
senza religione è una comunità arida perché
perde quella creatività dello spirito che accomuna
e si trasforma in forze di convivenza che non sono solo
dettate dall’utile o dalla legge del più
forte. Da questo punto di vista la necessità
di un richiamo alla religione significa garantire forza
identitaria alla collettività. Dunque, la
religione può essere vista come ancoràta
al richiamo della rivelazione, per cui il religiosoè
aperto al momento sacro, oppure tendente a spostare
il proprio baricentro verso il momento dell’organizzazione
di un bene collettivo facilmente controllabile, per
cui il senso religioso può coincidere con il
senso civile. Infatti la religione, qualunque essa sia,
costituisce sempre il richiamo a qualcosa di superiore
che dà un senso a quel che si fa, cioè
che indica dei compiti pratici, i quali corroborano
i momenti più intimi del raccoglimento e della
riflessione. Per quanto riguarda la violenza, l’elemento
religioso può intervenire in due maniere. Da
una parte può essere fattore di disciplina della
violenza, nella misura in cui è mantenuta una
continuità con la tradizione, la quale porta
con sé una certa etica e saggezza nel tempo;
dall’altra parte vi è la possibilità
che la religione usi la violenza, che è fenomeno
fisiologico della vita, in modo da renderla un’affezione
patologica della credenza.
L’ultima relazione ha avuto
per argomento
Il legame sociale e il sacro
ed è stata tenuta da Pietro Barcellona (Università
di Catania) il quale ha ravvisato la necessità
di diagnosticare il presente e discutere sulle questioni
d’attualità, piuttosto che concedersi a
speculazioni di carattere ermeneutico. Per Barcellona
l’annuncio nietzscheano della morte di Dio ha
un significato preciso individuabile nella scomparsa
dello spazio propriamente umano e nella perdita di uno
dei principi trascendentali della nostra esistenza:
il tempo. Da ciò consegue la scomparsa del legame
sociale il quale non può immaginarsi senza lo
spazio umano e senza la dimensione del tempo che chiede,
all’indietro, una memoria collettiva, e in avanti
un progetto per il futuro. La violenza religiosa, che
proclama la guerra santa, è una religiosità
immanentista, poiché non esiste uno spazio di
distinzione d’articolazione dell’umano rispetto
al divino. La religione islamica è completamente
diversa da quella che si è sviluppata nel contesto
occidentale dove è accaduto un fatto importante:
è stato pensato il molteplice, come coscienza
che si pone di fronte al mondo. La coscienza inaugura
l’idea dell’impossibilità, non solo
che l’Io coincida con il mondo, ma anche che l’Io
coincida con se stesso. Un simile pensiero non è
assolutamente concepibile all’interno delle tradizioni
orientali. Infatti, rispetto a una visione che non articola
il rapporto tra Io e mondo, la tendenza è quella
di una proporre modelli assoluti e totalizzanti, come
è avvenuto nei totalitarismi dove lo spazio umano
lascia il posto a un corpo coeso continuamente ripiegato
su se stesso. Infine, riprendendo alcune riflessioni
di M. Zambrano, Barcellona individua nell’immanenza
propria alle religioni orientali la mancanza del passaggio
dal sacro al divino. Concludiamo ricordando che il Convegno
ha visto anche la partecipazione di giovani dottori
e dottorandi di ricerca i quali, con le loro “comunicazioni”,
hanno saputo affiancare i relatori nel destare l’interesse
di un pubblico attento e stimolato dall’evento.