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   Dal 5 al 6 maggio 2006 si è svolto a Torino il quinto Convegno annuale dell’Associazione Italiana di Filosofia della Religione dal titolo: La filosofia di fronte alla pluralità delle religioni. I lavori si sono aperti da un punto di vista storico-religioso con l’intervento di Giovanni Filoramo sul tema: "Religioni a confronto. Il pluralismo religioso tra globalizzazione e crisi identitarie". Lo studioso dell’Università di Torino contesta innanzitutto da un punto di vista storico la tesi oggi ampiamente diffusa che il pluralismo religioso sia un fenomeno tipicamente moderno e occidentale. La storia dell’occidente non coincide con la storia del cristianesimo. Nonostante Islam e cristianesimo siano religioni dal forte carattere annessionista, in occidente, accanto alla tradizione cristiana, pur marginalizzate, sono sopravvissute tradizioni ebraiche, islamiche e persino pagane. Le epoche di maggior pluralismo religioso in cui le diverse tradizioni hanno convissuto fianco a fianco sono state la tardo-antica, la rinascimentale e quella attuale. La modernità e la secolarizzazione hanno corroso le differenze delle diverse religioni, cercando un piano comune per identità differenti. La dignità dell’uomo fonda questo terreno universale, da garantire con l’elaborazione e la difesa dei diritti umani.

   Oggi, il confronto con l’occidente secolarizzato mette in luce questo processo soprattutto entro le comunità di recente immigrazione, laddove nascono inedite rivendicazioni di libertà, specialmente tra le giovani generazioni, ma anche rinnovate reazioni comunitarie e identitarie. Il fenomeno si riproduce anche entro la maggioranza autoctona nella forma di una religiosità ritrovata in chiave difensiva. Un fenomeno diametralmente opposto è quello della religiosità quale emerge dal mondo della rete internet. Lontano dal dogmatismo delle tradizioni istituzionali, nel cyberspazio cresce una religiosità disincarnata, fluida, anarchica, votata più al benessere presente che alla salvezza futura. La questione principale che oggi si pone è come rendere possibile una coesistenza di identità differenti. Negli ultimi tempi i due modelli di integrazione – il comunitarista anglosassone e l’individualista francese – hanno mostrato i loro limiti. La religiosità non deve entrare in politica, ma nemmeno essere isolata nel privato, escludendo in tal modo una importante componente umana e sociale dall’ambito pubblico. Una possibile soluzione, alla ricerca di una terza via, potrebbe essere un pluralismo inclusivista (senza la pretesa di assimilare e capace di non escludere nessuno), da sperimentare a partire dalla scuola.

   A questo primo intervento ha risposto Leonardo Samonà dell’Università di Palermo, portando il discorso sul piano filosofico. Il problema dell’attuale pluralismo religioso evidenzia una tensione ossimorica di pubblico e privato, secolarizzazione e risacralizzazione. La filosofia rivendica l’universalità, dunque contende il campo alla religione nel tentativo di eliminare la violenza dal mondo. La sfida sembra essere quella di un’universalità capace di tollerare e quindi integrare il diverso, anche nella sua iniziale intolleranza. Infine – sollecitato da un intervento del prof. Sergio Sorrentino, che critica il concetto di identità come criptoclericale e vede la religione come trascendimento dell’identità – Filoramo risponde che quello dell’identità è uno pseudoproblema, che un’identità pura non esiste e che lo stesso concetto di identità è uno strumento di lavoro debole.

   Con la seconda relazione, Marco Ravera dell’Università di Torino affronta il tema: "Il pluralismo religioso come problema filosofico". Il pluralismo religioso non è un problema soltanto politico, né religioso, ma filosofico. Solo la filosofia, infatti, dialoga con la religione senza assimilarla, ma smussandone la pretesa di verità e la violenza. Il problema è quale filosofia, e Ravera, prendendo le distanze dal pensiero debole, propone un’ermeneutica forte, come quella di Pareyson o Ricoeur. In questa prospettiva la fedeltà all’essere comporta una strutturale dimensione etica, ma, soprattutto, le diverse interpretazioni non dissolvono la verità. Un’ermeneutica forte rispetta la verità nella sua trascendenza, senza cercare di ridurla a oggetto disponibile. Il vero pluralismo religioso non è semplice coesistenza delle diversità e nemmeno la loro unificazione o inclusione, ma il riconoscimento di una comune radice veritativa. Per questo, come testimoniano Franz Rosenzweig e Simone Weil, non ha senso cambiare religione per approfondire la conoscenza della trascendenza. Il vero pluralismo è freddo, non entusiasta. Il dialogo vero è una ferita per il soggetto, poiché implica la perdita di sé, del proprio io, della propria cultura e identità: solo chi ha perso la propria vita la ritroverà. Emilio Baccarini dell’Università di Roma interviene quale respondent, sostenendo che il pluralismo, come la religiosità, è un dato antropologico originario: non vi è dunque alcuna necessità di fondarlo. Solo da dentro la fede è possibile far partire il dialogo. La religione è il racconto della fede, quindi un’oggettivizzazione, una sistematizzazione che rischia di oscurare la fede stessa. Ogni discorso su Dio è parziale (una “congettura”, secondo Cusano), quindi, come ricorda Heschel, «le teologie dividono e la fede unisce». La prospettiva filosofica corretta, quindi, è quella ermeneutica: una filosofia del finito di fronte all’essere infinito, quindi inafferrabile e inesauribile.

   Con la terza relazione – intitolata "La verità della religione di fronte alla pluralità delle religioni. Una prospettiva della teologia protestante" – Hermann Fischer dell’Università di Amburgo descrive un ampio panorama storico, entro il quale evidenzia alcuni dei punti essenziali del patrimonio occidentale radicato nella cultura anche biblica e cristiana (spesso nonostante le chiese). La moderna distinzione di politica e religione affonda le sue radici nel Nuovo Testamento, in Agostino d’Ippona, Lutero, i giuristi moderni e nel pensiero illuminista. Accanto a quella fondamentale distinzione cresce la consapevolezza della dignità umana a partire dallo stoicismo antico, per approdare all’elaborazione dei diritti umani. Un terzo pilastro è quello della tolleranza, concetto che presuppone il conflitto di valori e verità differenti. In seguito alle guerre di religione, furono i giuristi e i politici a dover imporre la tolleranza alle chiese, nonostante il Nuovo Testamento sia di per sé tollerante (riferimento alla parabola della zizzania e del grano da non separare). Paola Ricci Sindoni dell’Università di Messina rimanda infine al concetto di rivelazione quale motivo dell’eccedenza veritativa della fede rispetto alla religione. La fede è il ponte tra la rivelazione divina e la religione umana, dunque l’anima del corpo religioso. Le diverse mistiche tematizzano questa eccedenza, proponendosi quale potenziale terreno d’incontro per il dialogo interreligioso. L’interesse mostrato dal pubblico intervenuto, l’attualità e la ricchezza del dibattito insieme alla pluralità delle prospettive emerse attestano che il tema non può dirsi esaurito, bensì richiede ulteriori riflessioni.
immagini del convegno