Il secondo Convegno
annuale dell'AIFR si è svolto il 20-21 giugno
2003 a Belvedere San Leucio (Caserta) presso una sede
distaccata della Seconda Università di Napoli
nonché della Scuola di alta formazione "J.
Monnet". Ha avuto come tema La presenza del simbolo
nello spazio antropologico dell'universo religioso e
delle istituzioni umane. L'incontro ha dato luogo a
una nutrita discussione sulle molteplici problematiche
sollevate dalle tre relazioni che l'hanno strutturato,
nonché dai rispettivi respondent (Domenico Venturelli
per la prima e Francesca Menegoni per la seconda).
Nella prima, Il simbolo nell'esperienza
sacrale-religiosa. Analisi fenomenologica del simbolo,
Angela Ales Bello ha svolto un'analisi fenomenologica
del simbolo, sottoponendo a indagine tanto il fenomeno
"simbolo" quanto una serie di fenomeni che
riguardano l'esperienza sacrale-religiosa. In tal modo
ha messo a fuoco soprattutto le religioni arcaiche,
accostate da un punto di vista storico-valutativo, e
le religioni positive con le loro configurazioni, che
sono per noi accessibili attraverso documenti e testimonianze.
L'analisi della funzione simbolica è stata quindi
sviluppata sulle orme di Husserl, il quale ha indagato
il vasto territorio delle operazioni presenti nella
soggettività umana (i vissuti). Si ha così
la distinzione tipica tra il semplice segno e il segno
significativo, nel quale si esprime intenzionalmente
il pensiero simbolico. Questo esprime una modalità
della rappresentazione nella quale una "ripresentazione
analogica rimanda all’esterno" (rappresentazione
simbolica). Questa costituisce in sostanza una rappresentazione
di carattere "segnico" senza legami con le
cose rappresentate. Tutto ciò si riconduce alla
coscienza immaginativa, che nella sua articolazione
di raffigurazione esterna (non interna) è alla
scaturigine del simbolo. Pertanto la funzione simbolica
è una raffigurazione immaginativa (non della
fantasia) nella quale la rappresentazione della cosa
fisica si compenetra con la coscienza della ri-presentazione
"ficzionica" (dell'oggetto non presente).
Di qui il carattere necessariamente segnico del simbolo.
Peraltro alla base della rappresentazione simbolica
gioca un ruolo rilevante la somiglianza (ovvero l'analogia).
Il filo conduttore di questa analisi,
che fa emergere la funzione simbolica, è la percezione,
in cui si racchiude la possibilità di accesso
alla realtà. La ripresentazione simbolica si
colloca propriamente tra la coscienza percettiva e la
fantasia, appunto in base alla modalità e al
grado di riferimento alla cosa presente. Peraltro, come
per le altre molteplici funzioni della coscienza, la
funzione simbolica tende a cogliere i significati presenti
nel nostro mondo culturale, che è poi il nostro
mondo della vita. Però Husserl ritiene in ultima
analisi che il significato si coglie piuttosto come
evidenza, e non in un rimando simbolico. Nella seconda
parte della relazione, dedicata all'analisi fenomenologica
dell’esperienza religiosa, il filo argomentativo
è individuato sulla scorta di Edith Stein. Cos'è
in fondo "il senso religioso"? È quella
"potenza di valutare" che concerne l’esigenza
di riempimento di una apertura costitutiva dell'essere
umano verso un referente che lo trascende ma che nel
contempo viene incontro. Tale apertura interessa il
nucleo originario dell’umano, intorno a cui si
costituiscono le sfere del corpo, della psiche e dello
spirito. Quel nucleo è il luogo ultimo del disvelamento
del sacro-divino, ma la sua esperienza comincia dalla
sfera "hyletica" (dalla esperienza del mondo
delle cose materiali e della corporeità), anche
se poi si articola insieme al momento noetico-intenzionale.
Su questo sfondo l'esperienza del sacro è quella
in cui soggetto e oggetto, conoscenza e valutazione
non sono distinte fino in fondo (religione arcaico-sacrale).
Questo questa distinzione matura, ha luogo l'esperienza
religiosa consegnata nelle religioni storiche. Nel primo
tipo di esperienza religiosa (nel quale si sperimenta
la presenza della "Potenza"), data anche la
valenza pregnante e egemone dell'elemento hyletico,
il rimando simbolico svolge un ruolo primario. Abbiamo
così forme religiose in cui il sacro è
una "presenza" con un nucleo noematico hyletico.
Di qui il legame inscindibile tra "presenza"
e simbolo. Con la crisi dell’arcaicità
e l'avvento del predominio del momento noetico questo
legame tende ad allentarsi (pur non venendo mai meno,
perché è sempre attiva la componente hyletica),
e la funzione simbolica viene attivata in prevalenza
per avvicinare quella realtà (quella "potenza")
che non si dà più direttamente "in
presenza". Il simbolo allora vige in un contesto
(come quello della cultura occidentale) in cui pensiero,
parola e linguaggio si sono separati, e pertanto esso
finisce per sostituirsi alla realtà, cioè
alla esperienza di una presenza reale.
Nella seconda relazione, La fragilità
del simbolo. Asimmetria e ambiguità del simbolico
nell’esperire religioso, Sergio Sorrentino
ha tentato una più precisa definizione nozionale
del simbolo, che ha una ricorrenza pressoché
quotidiana nel mondo della vita. La difficoltà
di tale definizione è stata ravvisata nelle due
strutture che istituiscono l'espressione simbolica e
la sua qualità semiotica: da un lato la tensione
tra la componente segnica e la componente razionale-concettuale
coinvolta nella sua funzione comunicativa; dall’altro
l’insieme comunitario o collettivo, che è
titolare del significante simbolico e della sua intenzione
comunicativa. Il simbolo viene così definito
come quella operazione espressiva di carattere comunicativo
di cui è titolare un insieme comunitario. Tale
operazione consiste nel concentrare su una funzione
semica (un segno, un significante di rinvio) regioni
di esperienza tra loro distanti (sia noeticamente sia
linguisticamente). Pertanto il simbolo opera una intensificazione
o condensazione di quella funzione semica, perché
fa convergere in una sola intenzione significante due
distinte intenzionalità semiotiche (corrispettive
alle due regioni di esperienza accostate nella espressione
o significazione simbolica). Per argomentare questa
definizione del simbolo, che esibisce notevole competenza
euristica tanto nell'universo religioso quanto nella
dinamica delle culture, si è ripercorsa la discussione
teorica in proposito nella filosofia del Novecento,
da Cassirer a Ricoeur. Da essa emergono, pur attraverso
impostazioni teoriche che sono in qualche modo antitetiche,
e che peccano o per eccesso (Cassirer) o per difetto
(Ricoeur), tutti i tratti noetici che si integrano nella
definizione enunciata. Nel contesto dell’esperienza
religiosa il simbolo svolge una funzione essenziale,
perché costitutiva. Infatti (prima tesi) nella
religione tutto è basato sulla relazione simbolica.
Perché l’esperienza religiosa si costituisce
in una inversione del trasferimento forico implicato
nella relazione col divino (o col sacro, se si preferisce).
Per effetto di tale inversione una intenzionalità
di senso (che connota la relazione col divino presente
nel nucleo stesso dell’esperienza umana di apertura
al totalmente Altro) si condensa in una intenzionalità
di significato cosale e mondano, facendo ruotare quest’ultima
fino a significare altro (appunto la "offerta di
senso" proveniente dal referente divino o sacrale).
D'altra parte (seconda tesi) il simbolo religioso è
una parola (o un segno) fragile. Esso soggiace a un'ambiguità
o anfibologia insuperabile. Perché tutto nel
simbolo religioso si presta alla rotazione oggettuale,
cioè alla inversione in senso oggettuale della
intenzionalità significante consegnata nella
condensazone simbolica. E ciò ha come conseguenza
una fatale degenerazione (rintracciabile lungo tutta
la storia delle religioni e istitutiva delle masse erratiche
di inautentico presenti nel mondo religioso) della mediazione
comunicativa, operata nel segno simbolico, verso l'immediatezza
comunicativa. Questa immediatezza in verità non
appartiene all'esperire religioso, in cui l'altro che
eccede l'esperienza si dà e si significa sempre
e solo di sbieco, in maniera indiretta, appunto nell'enigma.
In definitiva l'esperire religioso si esplica in un
evento di condensazione; questo trova la sua espressione
nel segno (linguistico, oggettuale, accaditivo) dotato
di forza simbolica. È grazie a questa struttura
peculiare che un fatto, un accadimento, un gesto, una
parola acquisisce la valenza di un evento di condensazione
nel quale si rende attuale un intimo contatto col divino.
Questo però non perde la sua qualità irrecusabile
di mediazione, di curvatura indiretta, di profilo offerto
di sbieco ("da tergo", secondo l’espressione
biblica). Perciò di fronte al significante simbolico
della realtà del divino (del sacro) l’approccio
interpretativo è sempre in bilico tra i due poli
della condensazione intenzionale, vale a dire tra il
Deus locutus e la sua apparenza. In realtà l’evento
in cui funge la funzione simbolica è un accadimento
del nostro mondo, della nostra esperienza antropologica.
Esso però, per effetto di una condensazione intenzionale
simbolica operata in ragione di una intenzionalità
altra di provenienza divina (quella che si suole chiamare
"offerta di senso"), viene trasferito in un
nuovo contesto di senso, il quale diventa atto a denotare
una comunicazione che intercorre tra il divino e l’umano.
In conclusione il simbolo religioso si istituisce in
una distanza tra due intenzionalità, ovvero nella
difformità tra due polarità che entrano
nella costituzione del suo nucleo di condensazione.
Esso opera un differimento linguistico-semantico verso
un nuovo, inedito sistema simbolico nel quale traluce
il mistero del divino e viene significato il suo rendersi
disponibile per un contatto o commercio che preserva
lo stigma dell’indisponibilità.
Nella terza relazione, Il simbolo
e le istituzioni umane, Giulio M. Chiodi ha legato
sostanzialmente il simbolo al sacro, quale ricorre specificamente
nelle religioni del mondo non secolarizzato. La nostra
civiltà discende da questi mondi sacrali, e il
simbolo si presenta quasi come un residuato di questi
mondi nonché della totalità perduta del
mondo sacrale. La rottura di quella totalità
è fatta risalire alla cultura ebraico-cristiana,
nella quale si è costituita una dualità
di mondi (il trascendente e l’immanente, il soprannaturale
e il naturale, l'invisibile e il visibile, ecc.). In
forza di questa dualità si incrina l’ordine
sacrale del cosmo. Pertanto la sacralità tende
a concentrarsi in istituzioni umane, come ad esempio
la legge o il tempio. Nel mondo e nella cultura greca
il principio unificante della sacralità si eclissa
in proporzione della consistenza della polis.
In tale contesto le divinità sono figure umane
iperpotenziate (essendo in ambito sacrale la potenza
il carattere essenziale del sacro), protagonisti potenti
e numinosi delle passioni umane. Peraltro la cosmosacralità
rimane esterna alla costruzione della polis, e viene
sostanzialmente naturalizzata nel dominio numinoso degli
esseri naturali. Viceversa all'interno della polis si
formano i luoghi istituzionali dell’acropoli (custode
delle memorie della collettività, del suo passato
mitico e della sua ritualità simbolica), dell'agorà
(luogo del molteplice e dell’eterogeneo, da cui
prendono forma l'ethos e il nomos) e del teatro (in
cui i cittadini si raccolgono in una unità di
essere mitica, e in una ritualità che restituisce
la loro identità originaria). Si tratta in realtà
di luoghi in cui avviene la genesi del simbolo e dell'istituzione.
Si è avanzata a questo proposito una distinzione
tra il "numinoso" e il "sacro".
Il numinoso è da intendere come un fenomeno di
possessione invasivo e pervasivo in un cosmo caotico.
Il sacro invece si presenta come un numinoso (ove la
denotazione rinvia sempre a una "potenza")
ordinato e gerachizzato nei suoi riti e nei suoi miti.
Invece nell’universo culturale a noi più
prossimo per genealogia storica, il mondo romano, il
sacro viene confinato da un lato nel privato domestico,
dall'altro nel centro della civitas, che è al
tempo stesso limite del privato, custode della sacralità
e fondatore della res publica. Si forma così
un universo giuridicamente organizzato, e dunque istituzionalizzato,
in cui funge un centro che attraverso linee di comunicazione
(le istituzioni giuridiche) si collega a più
centri coordinati. Nella modernità il limes naturale
romano viene meno, per cui pubblico e privato si fondono
in maniera diversa, dando luogo a una diversa sintesi
culturale. In conclusione, al di fuori di una concezione
sacrale, nella quale il simbolo sembra fungente in ordine
alla traduzione della "potenza" esperita,
la funzione simbolica si collega alle istituzioni, ai
diversi piani della esperienza storica e collettiva.
Tipica sotto questo profilo è la simbolica che
si accompagna all’universo politico e alle sue
ritualità caratteristiche. |