Il IV Convegno annuale
della Associazione Italiana di Filosofia della Religione
si è svolto a Chieti il 9 e 10 giugno 2005. Il
tema dell'incontro era Teologia naturale e teologia
filosofica. Il Convegno ha visto una nutrita
partecipazione di membri dell'Associazione, nonché
dei professori della locale Università "G.
D’Annunzio" e di molti studenti dell'ateneo
ospitante.
Nella sua densa relazione introduttiva Salvatore Natoli
ha delineato lo spazio antropologico originario del
divino (in riferimento privilegiato al mondo greco-pagano),
come ciò di fronte a cui l'essere umano sperimenta
la propria esposizione, essendo il divino evento di
libertà irriducibile e imponderabile. In questa
esperienza del divino lo spazio del mondo è vissuto
come qualcosa di "eventuale", configurando
una intimità tra divinità e physis.
Inducendo a misurarsi con l'imponderabile, con con l'evento
non dominabile, l'esperienza del divino dà luogo
alle forme della vita religiosa e conseguentemente si
passa alla configurazione positiva del divino, intorno
a due assi fondamentali: quello dell'ordine e del bene,
nonché quello dell'unità (vs monoteismo).
La torsione verso l'interesse per l'in sé
del divino segna poi il passaggio all'identità
perfetta tra divino stesso e physis alle dinamiche
di trascendenza. Queste, per effetto di fattori storici,
come per es. l'ellenizzazione del giudaismo e l'ontoteologia
cristiana, creano una diastasi tra il divino e Dio.
Essa comporta l'accentuazione della trascendenza (con
il parallelo svuotamento ovvero negazione del mondo)
e la rivelazione del volto di Dio. L'impianto ontoteologico
nella modernità ha avuto come conseguenza il
processo di secolarizzazione da un lato e il nichilismo
dall'altro (la dissoluzione del soggetto e la desperatio
salutis). L'orizzonte odierno secondo Natoli si
caratterizza così per la consumazione della "filosofia
teologica" e il ritorno a una divinizzazione della
natura (neo-paganesimo). Pertanto il mondo può
essere rivissuto nella forma del divino come uno-tutto;
sulla base di questo neo-paganesimo è possibile
instaurare un ethos della meraviglia e della
pietà, in cui gli esseri umani esercitano la
pietà e il prendersi in custodia reciprocamente.
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A sua volta Mario Micheletti
ha presentato le ragioni e le diverse articolazioni
che soprattutto nell'ambito della filosofia analitica
hanno alimentato una poderosa ripresa della teologia
naturale. Le ragioni sono state individuate nell'interesse
a superare una consolidata censura verso le argomentazioni
razionali a favore del teismo (in particolare quelle
incentrate sulle dimostrazioni dell'esistenza di Dio),
a ripristinare e affinare gli strumenti logico-razionali
e gli statuti dossici impegnati nell'approccio filosofico,
scientifico e religioso, nonché a costruire argomentazioni
adeguate di fronte alle robuste obiezioni di una consistente
"ateologia naturale" (l'espressione è
di Alvin Plantinga). In effetti l'obiettivo della filosofia
analitica della religione è costituito dal contenuto
teoretico dell'oggetto della esperienza religiosa nonché
dalle capacità assertive della credenza religiosa.
Le questioni intorno a cui si incentra la discussione
sulla teologia naturale in ambito analitico sono diverse:
la rilevanza o meno per la religione delle prove dell'esistenza
di Dio, la loro insufficienza ovvero la loro necessità,
la diatriba intorno all'ontoteologia (di ascendenza
heideggeriana), l'impostazione epistemologica che è
in gioco nel discorso su Dio (particolare attenzione
è stata dedicata su questo punto al succitato
Plantinga e alla sua "epistemologia riformata",
sulla quale è ritornato specificamente il discussant
di Micheletti, Giacomo Carlo Di Gaetano, nella sua controrelazione),
il tipo di premesse su cui fanno perno le dimostrazioni
e gli argomenti filosofico-religiosi, la giustificazione
del credere e la valutazione del suo gradiente dossico.
Micheletti ha mostrato in definitiva come alla base
di questa poderosa ripresa della teologia naturale vi
sia una ripresa del "realismo metafisico",
il quale palesemente si erge in opposizione della tesi
secondo cui la realtà è costituita almeno
in parte dalle nostre relazioni cognitive con essa,
dai modi con cui la concettualizziamo o la costruiamo,
dal linguaggio che usiamo per parlarne o dello schema
teorico che utilizziamo per pensarla. |